Corrado Premuda

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I cortili di Berlino

Il mio nome è quello di un’isola. È una piccola isola, dalla costa scintillante e con tanti scogli irregolari che la incoronano. Mi sembra un posto tranquillo, dove lo sguardo vaga, dove il sole indugia in un pigro rituale costante, molto diverso da qui. Ma qual è il nome di quest’isola? Anche se chiudo gli occhi l’illusione di caldo e di conforto resta un’illusione, non riesco a trasformarla in condizione verosimile.

Dalla finestra arriva un battito squillante, è il ragazzo che ripara la bicicletta, lavoro inutile, dato che la prossima settimana sarà di nuovo lì ad aggiustare. Non c’è mai niente di cui valga la pena parlare. Abito in questa casa da sei mesi e quando incrocio i vicini sulle scale o in cortile ci salutiamo appena, cordialmente, ma senza aggiungere un commento, una battuta.

E prima? Prima di questo appartamento a Neukoelln? Tutto ciò che mi viene alla mente è l’isola il cui nome corrisponde al mio. Vivo da solo ma non è sempre stato così. È una sensazione, il sospetto di un altro lato della figura. Come una voce lontana e irreale, simile alla risata dei gabbiani che risuona sgraziata, canzonatoria, nei momenti più impensati, alla sera come all’alba. Il fiume non è poi tanto vicino ma questi uccelli hanno colonizzato la città, ne infestano il cielo e i tetti, svolazzano ovunque, senza pudore né rispetto per nessuno.

Se mi sforzo qualcosa riaffiora, sorge una pallida luce dal torpore in cui mi sono tuffato. L’eterno grigio del cielo, immobile e distaccato dal contesto urbano, non è sempre stato minaccioso e così orribilmente sfondo di niente.

Vivevo in una casa simile che si affacciava su un cortile. Appena qualche mese fa. Un’altra zona della città, Tempelhof. Il muro era caduto da poco e Josef mi ripeteva: "Adesso tutti si monteranno la testa e cominceranno a sognare ad occhi aperti". I gabbiani non c’erano, almeno non li sentivo, intorno avevo sempre tanta gente e mai un momento per me.