Corrado Premuda

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Strana storia notturna con la parrucca

"Rinsavimento. Forse la nube non scoppierà."

Le gambe mi facevano male a forza di camminare. Avessi solo camminato... no! Mi ero lanciato a correre dietro quello stramaledetto autobus che ovviamente non mi aveva aspettato. L’ultima occasione di rincasare utilizzando un mezzo di trasporto pubblico. Ma dopotutto era una notte piacevole, non mi sembrava eccessivamente tardi. Rallentai il passo e cominciai a dirigermi verso casa.

Avevo da poco lasciato l’appartamento della signora Forti dopo aver terminato di leggerle "Passaggio in ombra". La vecchia amava le saghe familiari e ci eravamo entrambi appassionati al romanzo. Obiettivamente le avevo scelto una storia ottima, i personaggi belli e non stereotipati, la giusta dose di sofferenze e disgrazie, poetiche descrizioni del Sud.

Arrivato all’ultima pagina e riposto il libro era venuto il solito momento odioso: dovevo farmi pagare. Non capirò mai perché sia così difficile, per chi fruisce di un servizio, onorare i propri debiti. È sempre la stessa penosa trafila. Divagazione iniziale, giri di parole, poi l’ingrato compito da parte mia di rivendicare il corrispettivo. Forse è il destino di questi mestieri in nero, non riconosciuti da un contratto. Comunque, malgrado la frequente difficoltà di riscossione pecuniaria, fare il lettore di romanzi a domicilio mi piaceva.

L’aria era fresca, spirava un alito di vento con una cadenza delicata che faceva volare qualche foglia gialla. Contemporaneamente si formavano simpatici girotondi di cartacce negli angoli scuri. Mentre percorrevo il viale fiancheggiato dal parco i rami degli alberi si divertivano a disegnare giochi irregolari e fluttuanti con le ombre sul selciato. Camminandoci sopra inseguivo i riflessi saltellando. Le fermavo coi piedi e battevo rumorosamente in terra la suola delle scarpe, solo così riuscivo a pattinare sul tappeto di dischi volanti che mi venivano incontro. Lampi di luce intergalattici brillavano un po’ dovunque, mi schivavo in modo morbido e mimavo con le mani la mia spaziale arma da difesa.